I temi del 2025 / 2
Caporalato, una mina sull’industria della moda
Contro le pratiche di sfruttamento del lavoro le leggi non bastano
I casi di sfruttamento del lavoro scoperti dalla magistratura nella filiera di grandi marchi del lusso sono stati senz’altro il tema più rilevante dell’industria italiana della moda nel 2025 e lo saranno anche nel 2026. Una risposta chiara, infatti, non è ancora stata data. In attesa di definire regole che permettano di capire fin dove arriva la responsabilità delle imprese lungo un percorso di produzione che ha molti attori, nei primi mesi del 2026 partirà intanto la fase sperimentale della “piattaforma di filiera” prevista dall’accordo firmato al Tribunale di Milano da tutte le parti sociali. Una iniziativa che rappresenta solo un primo passo, essendo l’adesione volontaria e valida solo per le imprese della Lombardia.
Le prime indagini nel 2024
Tutto ha avuto inizio quando i giudici di Milano hanno disposto il commissariamento giudiziale della Alviero Martini, colpevole di non aver prevenuto e arginato fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo, ricorrendo a manovalanza in nero e clandestina per massimizzare i profitti e senza aver effettuato ispezioni o audit per verificare le reali capacità produttive e tecniche delle aziende appaltatrici.
Era il 17 gennaio del 2024 e inizialmente era sembrato un caso isolato. Ma poi sono arrivati, con le stesse motivazioni, il commissariamento giudiziale della Giorgio Armani Operations (5 aprile 2024) e quello di Manifactures Dior (10 giugno 2024). Nomi pesanti (tutti e tre nel frattempo usciti anticipatamente dal commissariamento giudiziale).
Dopo la Giorgio Armani Operations e prima di Dior Manifactures si è aperto un tavolo di discussione presso il Tribunale di Milano per trovare formule che impedissero il ripetersi di fenomeni di caporalato.
La censura internazionale
Va ricordato che la moda non è la sola industria che è stata messa sotto osservazione dai giudici (la logistica è un altro dei settori esaminati), ma la notorietà dei marchi sanzionati è tale che il fenomeno ha avuto una risonanza mondiale e si è diffusa l’immagine di una manifattura italiana profondamente malata. Oltre alla notorietà, ha avuto un peso in negativo la forte comunicazione sui temi della sostenibilità, sostenibilità che si infrange di fronte allo sfruttamento del lavoro nero, a maggior ragione per imprese che vendono prodotti da migliaia di euro l’uno.
Già l’11 luglio del 2024 – dopo i primi tre commissariamenti – un articolo del Wall Street Journal sottolineava il forte rischio reputazionale. Ed è di ieri un articolo del Financial Times che titola “lo scandalo intacca la reputazione del made in Italy” e sottolinea come le inchieste pongano le aziende di punta della moda di fronte a un bivio. Nel mezzo, ne sono stati scritti molti altri. Per capire l’importanza, va ricordato che la moda è una industria esportatrice (e con il suo export contribuisce in modo deciso alla bilancia commerciale italiana). Un’opinione negativa nei confronti del made in Italy sui mercati internazionali – già alle prese con dazi, guerre e tensioni di ogni genere – è estremamente pericolosa.
Un’industria importante per il Paese
L’Italia è il maggior produttore mondiale di prodotti di alto di gamma ed è il Paese nel quale la moda rappresenta la seconda industria manifatturiera.
Camera della moda, Confindustria moda, Confindustria moda accessori e Altagamma hanno espresso forte preoccupazione per i riflessi delle indagini sull’intera industria: i casi di irregolarità in corso di indagine – hanno detto – riguardano meno del 2% del totale delle imprese, ma il clamore che ne è nato finisce per danneggiare il restante 98%, anche a causa di una comunicazione fortemente polarizzata. In una intervista di luglio di quest’anno a ThePlatform, però, il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, alla domanda se queste pratiche di sfruttamento del lavoro siano così diffuse ha risposto che “per quanto riguarda il Tribunale di Milano ne sono state accertate diverse. Riguardano non tanto il primo appalto, quanto la filiera degli appalti, per cui ci sono imprese piccole che acquisiscono l’impegno di produrre e poi esternalizzano il lavoro dandolo a lavoratori che vengono ampiamente sfruttati. Se ci fossero più controlli da parte dell’azienda capofila dell’appalto non si verificherebbero queste esternalizzazioni di lavoro e i fenomeni di sfruttamento. Questo è un po’ il tema di tutte le misure che sono state adottate”.
L’esplodere dei casi nel 2025
Il 2024 si è rivelato solo un assaggio di quello che è poi stato l’anno in corso. Mentre al tavolo presso il Tribunale si discuteva tra non poche difficoltà, nuovi casi di sfruttamento del lavoro venivano scoperti e sanzionati con il commissariamento giudiziale: Valentino Bags, Loro Piana e Tod’s, per concludere l’anno con altri 13 grandi marchi (da Versace a Prada a Dolce & Gabbana, Ferragamo, Gucci etc) ai quali i giudici hanno chiesto spiegazioni e dato tempo per i chiarimenti.
Tra le inchieste fino al caso Tod’s e quelle successive a Tod’s c’è una diversità di approccio della magistratura, come si vedrà più avanti nell’articolo.
Maggio 2025, la firma del Protocollo per la legalità della filiera
Il 26 maggio di quest’anno, dopo un anno di lavori, tutte le parti coinvolte hanno firmato il “Protocollo d’intesa per la legalità nei contratti di appalto nelle filiere produttive della moda”.
Lo strumento scelto per il contrasto al caporalato è la “piattaforma di filiera” nella quale far confluire i dati dei fornitori e subfornitori. A essere censite sono le imprese di filiera operanti nel settore della moda “su scala nazionale”. La profilazione è volontaria e “i brand potranno avvalersi anche di fornitori/subfornitori che non aderiscono al presente accordo e non siano profilati nella Piattaforma”. Viene affermata la centralità dell’applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro. La costruzione della Piattaforma è stata affidata a Politecnico e Regione Lombardia ed è ormai pronta.
Arrivare alla firma non è stato facile e, per quanto il Protocollo sia stato sottoscritto da tutti, ha registrato forti perplessità soprattutto da parte dei brand riguardo la privacy delle informazioni da inserire in piattaforma. Secondo quanto ricostruito da ThePlatform c’è stato, poi, un altro scoglio da superare: l’affermazione dell’applicazione dei contratti collettivi di lavoro. A questa condizione si sarebbero opposte aziende anche grandi che il contratto collettivo non lo adottano.
Nonostante il Protocollo, le associazioni di rappresentanza delle imprese hanno chiesto comunque una legge nazionale che introduca la “certificazione della filiera”. E chiedano che sia consentito alle imprese di poter dare le proprie spiegazioni prima che arrivi la sanzione da parte della magistratura; cosa finora non consentita dalla legge antimafia utilizzata dai giudici.
Il tema della legge antimafia
Sul ricorso alla legge antimafia per sradicare le pratiche di lavoro nero e di sfruttamento del lavoro c’è stato dibattito. In particolare, si è registrata la posizione critica di Giovanni Maria Flick, giurista già ministro della Giustizia e presidente della Corte costituzionale. In un commento su Il Sole 24 Ore, il giurista ha ricordato che “per colpire il circolo vizioso dello sfruttamento del lavoro tra committenti e fornitori nelle filiere produttive si ricorre solitamente a una particolare disposizione del Codice Antimafia (art. 34), pensata originariamente per colpire l’infiltrazione mafiosa ma poi estesa all’agevolazione nei confronti di una serie eterogenea di reati”. Una trasposizione che, ha detto Flick, “preoccupa”. Se le misure hanno funzionato bene nei confronti della criminalità organizzata, “è invece un problema l’estensione incontrollata della prevenzione patrimoniale al mondo dell’impresa, che sembra essere oggi preferita per “aggirare” il rigore del processo penale di repressione”.
Il disegno di legge sulla certificazione della filiera
Le rappresentanze delle imprese hanno, dunque, chiesto una legge nazionale che introduca una sorta di “bollino blu” della filiera. Il testo di questa certificazione è stato inserito nel disegno di legge sulle pmi e ha avuto un prima via libera dalla commissione Industria del Senato.
A dare una spinta ai lavori del disegno di legge è stato il caso-Tod’s. A inizio di ottobre di quest’anno si è, infatti, saputo che anche nella filiera dell’azienda della famiglia Della Valle erano stati trovati casi di caporalato. Alla misura del commissariamento giudiziale il presidente Diego Della Valle aveva risposto con una conferenza stampa dai toni molto decisi, durante la quale si era rivolto direttamente al pm titolare delle inchieste, Paolo Storari. “Invito – aveva detto Della Valle – il procuratore Storari a venire a vedere le mie aziende e dopodiché esprimere un giudizio”. E, ancora: “Prima di venirci a dire che noi siamo un’altra cosa in quel modo pesante, gente come il procuratore ci deve pensare; perché non si può mettere alla berlina la reputazione di persone, di nessuno sempre, ma in questo caso parlo di persone come noi che hanno interpretato l’impresa in un modo precisissimo, per noi il valore sociale dell’impresa e il rapporto territorio non sono cose ci inventiamo oggi, le abbiamo fatte negli ultimi trent’anni. Uno non si può alzare la mattina perché legge quattro fotine che si fa fare dal suo ufficio e ci accusa in un modo così pesante. Questo è assolutamente imperdonabile” (successivamente, si è saputo che sono stati indagati per caporalato tre manager del gruppo marchigiano).
Parole alle quali il ministro delle Imprese e made in Italy, Adolfo Urso, aveva prontamente risposto assicurando l’impegno del governo per tutelare la reputazione della moda italiana e illustrando a Della Valle “il provvedimento legislativo che, d’intesa con le associazioni del settore, si ripromette di garantire la piena legalità della filiera produttiva, prevedendo che i brand della moda che producono nel nostro Paese possano certificare in via preventiva, con un ente terzo, le aziende della loro filiera sul piano della piena legalità, sociale e ambientale”.
Lo stralcio della certificazione
La certificazione della filiera così come era stata formulata ha, però, incontrato forti opposizioni e, alla fine, il provvedimento è stato stralciato e rinviato a un nuova sede per approfondimenti. A osteggiare il ddl è stata soprattutto una rete di 23 organizzazioni, tra cui Oxfam e Abiti puliti, secondo le quali il ddl avrebbe potuto “legalizzare l’impunità dello sfruttamento”, istituendo un vero e proprio scudo penale. Secondo quanto riportato su Il Fatto Quotidiano, “l’azienda committente può farsi certificare la regolarità della filiera, liberandosi da ogni responsabilità rispetto a ciò che avviene nei suoi appalti e subappalti: la parola del soggetto certificatore toglie la parola al controllo di legalità”.
In un comunicato congiunto associazioni hanno preso atto dello stralcio e “pur comprendendo le motivazioni che hanno portato il ministero delle Imprese e del made in Italy a ritenere necessario un ulteriore approfondimento”, “esprimono rammarico e preoccupazione per il rinvio di un intervento normativo di importanza strategica e ribadiscono, quindi, l’urgenza di dotarsi in tempi brevi di una legge nazionale sulla certificazione della filiera, strumento essenziale per tutelare i lavoratori, sostenere le imprese, rafforzare la credibilità del made in Italy e contrastare fenomeni di illegalità”.
Nel comunicato affermano che la proposta di legge elaborata da Cnmi, Altagamma, Confindustria moda e Confindustria accessori moda, insieme alle principali rappresentanze del settore, “non contiene scudi penali e resta un punto di riferimento finalizzato a introdurre una chiara disciplina che contenga anche un contraddittorio, diritto garantito dalla nostra Costituzione, e che sia capace di promuovere trasparenza, responsabilità e fiducia lungo tutta la filiera produttiva, assicurando al contempo la certezza della pena per coloro che concretamente pongono in essere comportamenti illegali”.
In conclusione
In conclusione il tema resta aperto e pone un’ipoteca molto forte sull’industria italiana. Per almeno due aspetti.
Il primo è che se si ritiene che la soluzione sia una nuova legge, questa avrà (se vedrà la luce) tempi incompatibili con la velocità del danno reputazionale. A maggior ragione dopo due anni che il tema del lavoro nero è stato messo apertamente sul tavolo.
Fulvio Sciuccati, senior partner di Thea Group, ricordando che “sul made in Italy bisogna far quadrato, è il nostro patrimonio”, ha detto che “il caporalato è figlio della terziarizzazione delle produzioni. Ma se hai deciso di esternalizzare gran parte dei tuoi processi aziendali, è tassativo – ha affermato – che tu sappia esattamente con quali attori/fornitori lo hai fatto, quali regole di ingaggio hai definito sin dall’inizio e, ovviamente, applicare e fare anche tutti i controlli necessari”.
E, infatti, oggi l’unica azione che può difendere davvero il made in Italy non è la ricerca di stabilire i confini della responsabilità ma, al contrario, (lo abbiamo già detto) una presa in carico del problema da parte dei maggiori imprenditori del Paese (anche di quelli esteri che fanno produrre in Italia e poi dicono che il problema non dipenda da loro), tutti insieme con il proprio nome e cognome. Una condanna aperta dello sfruttamento del lavoro accompagnata da azioni precise e visibili di adozione dei contratti nazionali, di controllo delle filiere, di revisione delle proprie procedure, di riduzione dei sub-appalti, di riduzione anche dei margini se necessario. Se i casi scoperti rappresentano il 2% o poco più dell’industria, quel 2% deve essere sconfitto e si deve vedere l’industria sana.
Il secondo motivo è il sempre più massiccio acquisto di fornitori da parte dei brand. Un fenomeno che già si vede da tempo e che finora era stato motivato dalla necessità di assicurarsi capacità produttiva data la carenza crescente di manodopera qualificata. Oggi, invece, si acquistano i fornitori o si entra nel loro capitale per non incappare in problemi di sfruttamento del lavoro. Un processo che potrebbe sfavorire i brand di taglia minore, più facilmente italiani.
LE TAPPE
17 gennaio 2024 – commissariamento giudiziale di Alviero Martini (misura poi revocata in anticipo)
5 aprile 2024 – commissariamento giudiziale di Armani Operations (misura poi revocata in anticipo)
10 giugno 2024 commissariamento giudiziale di Manifactures Dior (misura poi revocata in anticipo)
15 maggio 2025 – commissariamento giudiziale di Valentino Bags
26 maggio 2025 – firma protocollo per la legalità della filiera della moda al Tribunale di Milano
14 luglio 2025 – commissariamento giudiziale di Loro Piana
8 ottobre – commissariamento giudiziale di Tod’s
10 ottobre – conferenza stampa di replica di Diego Della Valle
11 ottobre – dichiarazione del ministro Urso: “Il governo italiano è impegnato a tutelare la reputazione del comparto”
22 ottobre – il Senato approva il disegno di legge d’iniziativa del governo che introduce la certificazione di filiera
4 dicembre – la Procura sta indagando su altri 13 brand
17 dicembre 2025 – presentato lo stralcio della certificazione di filiera
(secondo articolo di una serie di tre sui principali argomenti che hanno toccato l’industria della moda nell’anno che sta per finire. Il primo articolo è stato pubblicato il 14 dicembre, “Da Prada a Zegna, crescono i passaggi in famiglia“)
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