ESCLUSIVO
Roia, lavoro nero in aumento. Le aziende controllino di più e facciano meno profitti
Il presidente del Tribunale di Milano dopo il caso Loro Piana. “Nessun desiderio della magistratura di occupare spazi. Ma se c’è sfruttamento del lavoro, questo deve essere perseguito”. E sul protocollo appena firmato: se le imprese collaboreranno, come hanno detto di voler fare, funzionerà
Presidente Roia, settimana scorsa la Procura della Repubblica ha messo una nuova società in amministrazione giudiziaria per sfruttamento del lavoro, Loro Piana. Eppure, nel frattempo era stato firmato il protocollo contro il caporalato nella moda. A questo punto, serve o non serve questo protocollo?
“Intanto, bisogna tener presente anche una questione di tempi. La richiesta nei confronti di Loro Piana è dei primi di giugno, il protocollo è stato firmato alla fine del mese di maggio, e i fatti che sono stati accertati risalgono a mesi, se non ad anni, prima della firma del protocollo. Inoltre, perchè il protocollo funzioni deve esserci la parte attuativa, che partirà la prossima settimana… Io sono assolutamente convinto che se le aziende, così come ci è stato rappresentato nel tavolo di lavoro, aderiranno inserendo i dati richiesti, il protocollo funzionerà e sarà possibile eliminare dal mercato le situazioni di sfruttamento lavorativo”.
Sono davvero così diffuse queste pratiche di sfruttamento del lavoro?
“Per quanto riguarda il Tribunale di Milano ne sono state accertate diverse. Riguardano non tanto il primo appalto, quanto la filiera degli appalti, per cui ci sono imprese piccole che acquisiscono l’impegno di produrre e poi esternalizzano il lavoro dandolo a lavoratori che vengono ampiamente sfruttati. Se ci fossero più controlli da parte dell’azienda capofila dell’appalto non si verificherebbero queste esternalizzazioni di lavoro e i fenomeni di sfruttamento. Questo è un po’ il tema di tutte le misure che sono state adottate”.
Sta nascendo una polemica riguardo l’interventismo della magistratura. Giovanni Maria Flick, magistrato già ministro della Giustizia e presidente della Corte Costituzionale, ha manifestato la sua “forte” perplessità sull’ampio utilizzo delle misure di prevenzione. Secondo quanto riportato da Il Giornale, Flick, parlando agli studenti di Giurisprudenza, ha detto: “Sia chiaro l’obiettivo è nobile, la tutela del lavoro un dovere. A non convincermi sono i metodi” e ha richiamato la stagione di Mani Pulite. Anche Il Foglio ha parlato di “giustizia creativa”.
“Diciamo due cose. La prima è che proprio l’idea di aver chiesto al Prefetto di mettere tutti intorno a un tavolo significa una volontà di collaborare da parte di tutti. Quindi, non c’è proprio la volontà della magistratura di andare ad occupare spazi. L’aver cercato di coinvolgere tutte le imprese del settore, i rappresentanti del settore, i rappresentanti dei lavoratori, significa voler andare a trovare una soluzione. Poi, è chiaro che sul singolo fatto – qui non si indagano fenomeni, ma si indagano fatti specifici – se ci sono forme di sfruttamento dei lavoratori e questo sfruttamento entra nella filiera di produzione del prodotto, deve essere perseguito.
Il tema è se questo è esigibile da parte di un’azienda. La risposta è sì, perché nell’applicazione delle misure che noi adottiamo, cioè le misure di prevenzione dell’amministrazione giudiziaria previste dall’articolo 34 del codice antimafia, la giurisprudenza dice che è sufficiente un ‘rimprovero di natura colposa’, quindi non una specie di corresponsabilità dolosa nel reato, nella consumazione di sfruttamento. Ma una strutturazione aziendale che non si ponga questo tipo di problema, che sarebbe facilmente accertabile perché, se io un prodotto che poi rivenderò – facciamo un esempio – a 100, lo pago 10, evidentemente quel pagarlo 10 mi deve indurre a pormi delle domande sul perché venga pagato così poco. Pagarlo così poco probabilmente nasconde delle forme di sfruttamento. Questo non significa sostituirsi a qualcuno, significa indagare e accertare fatti specifici.
Altro è il tema che ha riguardato tutti i fatti specifici che sono stati accertati come molto diffusi nel settore della moda, ma probabilmente – il Tribunale è un organo in questo senso passivo, che riceve le richieste della Procura della Repubblica – se la Procura andasse a indagare, come ha fatto per esempio nel settore della logistica o in altri comparti, troverebbe queste situazioni di sfruttamento del lavoro; del lavoro soprattutto fragile”.
Secondo lei negli anni sono aumentati i casi di sfruttamento del lavoro?
“Io temo di sì, per diversi fattori, però questo è un giudizio – come dire – da un esperto giuridico e non economico. Deriva dal fatto che i contratti non sempre sono regolari, c’è molta precarietà, c’è molto nero, là dove c’è nero c’è molta evasione di imposte e questo determina forme di pagamento così a cottimo che sono francamente al di sotto della tolleranza. Teniamo presente che noi abbiamo – parlo della realtà di Milano ma oserei dire che è un problema italiano – dei forti flussi migratori e i lavoratori stranieri, soprattutto quelli che non sono in regola con le norme sul soggiorno, sono in una situazione di fortissima fragilità e quindi lo sfruttamento, per chi vuole sfruttare, trova una coltura maggiore in queste aree. Questo insieme di cause tende a effettuare una moltiplicazione del fenomeno di sfruttamento delle situazioni di fragilità”.
E come si interviene al di là dell’intervento della magistratura? Una legge nazionale?
“Questo è un compito che non spetta alla magistratura. La magistratura, come ha fatto e come vuole fare, collabora attraverso questi tavoli che vengono creati da altre istituzioni, dove sono stati messi insieme i rappresentanti ovviamente dei brand, i rappresentanti degli artigiani, i rappresentanti dei lavoratori, i rappresentanti di tutti i soggetti che sono coinvolti nelle procedure. Si interviene, secondo me, disponendo dei controlli molto più stringenti da parte delle imprese nella filiera dei subappalti, creando delle banche dati anche a livello nazionale dove vengono controllate tutte le imprese a cui vengono affidati gli apparti e, poi, direi su un piano economico forse diminuendo i margini del profitto. Perché evidentemente, e torniamo al discorso di prima, se un prodotto invece di pagarlo 10, su una vendita di 100, lo pago 15 probabilmente in quel 5% ci sta dentro quel margine che evita lo sfruttamento di situazioni di lavoro. Ma questo è un discorso che riguarda il mercato, l’economia; certamente non un magistrato”.
Lei ha detto che la settimana prossima entra nel vivo la parte attuativa del protocollo. Cosa succederà concretamente?
“Viene creato da parte del Prefetto un tavolo di tecnici che studia il software – con il finanziamento di Regione Lombardia e l’appoggio dell’assessorato della Regione Lombardia – nel quale dovranno essere inseriti tutti i dati. Ciascuna impresa dirà che per il proprio prodotto si avvale dell’impresa Tizio, Caio, Sempronio e questo incrocio di dati fa sì che possano essere controllate le imprese della filiera dei subappalti ed estromesse quelle che non hanno la capacità. Vengono richiesti anche dei dati minimali alle singole imprese per poter dimostrare che sono in grado di essere competitive in quel settore. Tra l’altro, in tutto questo, c’è anche la finalità di ridare lavoro a molte imprese artigiane italiane che sono state in qualche modo spiazzate da questa concorrenza di manodopera illegale. Perché l’artigiano italiano ha probabilmente una qualità del prodotto migliore, ma ovviamente se è in regola ha dei costi maggiori sul piano della produzione. Il tentativo è anche quello di ridare maggiore lavoro alle imprese artigiane che sono in una situazione di sofferenza”.
La stampa internazionale, però, sta descrivendo l’Italia come il Paese dove regna l’illegalità.
“Ecco, questa è una speculazione, perché noi abbiamo avuto, se vogliamo, il coraggio di andare a vedere queste situazioni e, ripeto, anche se le aziende subiscono naturalmente un danno di immagine, non sono situazioni repressive, di spogliamento, ma sono indicazioni per cui si dice: ‘Abbiamo trovato questo problema e insieme vediamo di risolverlo’. Tant’è che tutte le amministrazioni giudiziarie che sono state svolte nei confronti di tutti i brand della moda si sono risolte positivamente, con la revoca della misura ancora prima della sua scadenza; proprio perché l’azienda è stata collaborativa, sono stati rivisti i modelli di due diligence, i modelli di audit, i modelli 231 e quindi il problema è stato risolto. Io non conosco la situazione estera, però basta leggere i giornali per capire come ci sia uno sfruttamento anche di mano d’opera minorile all’estero nelle grandi multinazionali, probabilmente nessuno si pone il problema o fa accertamenti. Quindi, da questo punto di vista, l’Italia deve rivendicare, secondo me, un profilo di orgoglio, di voler fare questo tipo di intervento proprio per migliorare la qualità ed evitare forme di sfruttamento, la qualità della legalità delle aziende”.
Con l’applicazione del protocollo, secondo lei, non ci saranno più queste misure o potranno esserci ancora?
“Diamoci del tempo. Io credo che quando il sistema entrerà in vigore – ovviamente se le imprese collaboreranno, se andranno a leggere quel software, se daranno i dati alla banca dati, se li incroceranno – il fenomeno dovrebbe drasticamente diminuire”.
Quanto i vertici aziendali sono realmente consapevoli di questo tema?
“Bisogna intenderci quando parliamo di vertici, sull’amministratore delegato, e dipende anche dalla strutturazione dell’azienda. Se parliamo di un’azienda che fattura milioni di euro all’anno, io dubito che l’amministratore delegato ne sia a conoscenza, però certamente ne sono a conoscenza, o perlomeno accettano il rischio di esserne a conoscenza, i direttori delle produzioni, le persone che sono più a contatto con la produzione, quelli che vedono e che possono accertare che quel prodotto costa 10 e che, invece, facendo due calcoli dovrebbe costare un po’ di più”.






