In arrivo la piattaforma contro il caporalato
Sianesi (Politecnico): “Nei primi mesi del 2026 potrà iniziare la sperimentazione della misura prevista dal Protocollo della legalità del Tribunale di Milano. Il sistema moda fortemente coinvolto, c’è tolleranza-zero contro l’illegalità. L’Italia è il primo Paese al mondo sulla sostenibilità sociale”. Il raccordo possibile con la certificazione di filiera prevista dal ddl sulle pmi
La notizia uscita giovedì 4 dicembre che la Procura di Milano ha chiesto informazioni ad altri 13 brand della moda per sfruttamento del lavoro ha gettato nello sconforto per più motivi. Il primo, è che sono ormai pochi i grandi nomi del settore a non essere oggetto (almeno pubblicamente) di indagini da parte dei magistrati, dando così l’impressione di un’industria malata nel suo profondo e non solo di casi isolati come i rappresentanti degli imprenditori dicono.
Il secondo, motivo di sconforto è racchiuso nel fatto che, apparendo il fenomeno così diffuso, le numerose trattative in cui tutte le parti sociali sono coinvolte da due anni in qua appaiono come una perdita di tempo.
Che ne è del Protocollo della legalità firmato lo scorso maggio al Tribunale di Milano? E che fine farà la certificazione della filiera contenuta del disegno di legge sulle piccole e medie imprese? Sono strumenti giusti?
Proviamo a fare il punto con Andrea Sianesi, professore ordinario Operations e Supply Chain Management e responsabile di Pla.net (Planning Networks Research Group) della School of Management del Politecnico di Milano. Proprio il Politecnico è stato incaricato da Prefettura e Tribunale di Milano di supportare la Regione Lombardia nello sviluppo della piattaforma – prevista dal Protocollo della legalità – che dovrà contenere le informazioni delle imprese che compongono la filiera della moda.
Professore, dopo la firma del Protocollo a maggio non si è saputo più niente, a parte nuovi casi di indagine. A che punto è la messa a terra del Protocollo?
“Proprio la scorsa settimana si è tenuta una riunione del tavolo tecnico coordinato dalla Prefettura con il supporto del Politecnico di Milano responsabile di definire i contenuti della piattaforma da realizzare a cura di Regione Lombardia. La riunione è stata allargata ai rappresentanti dei futuri utenti (Camera della moda, Confindustria moda, Confindustria accessori moda, Cna, Confartigianato e Unione artigiani) ed è stata l’occasione per vedere un mockup di una versione oramai praticamente completa di tutte le funzionalità che permetteranno di raccogliere i dati e le informazioni sulle filiere produttive al fine di rilasciare l’attestato di trasparenza del settore moda previsto dal Protocollo”.
Quando sarà operativa la piattaforma?
“Nei primi mesi del prossimo anno le imprese potranno iniziare a registrarsi – ricordiamo che l’adesione è su base volontaria – e dopo un adeguato periodo di test e verifica la piattaforma sarà completamente operativa.
Mi preme ricordare solo gli obiettivi che hanno guidato il lavoro, iniziato a valle dei primi casi di amministrazione giudiziaria della primavera 2024 e le caratteristiche principali del Protocollo di cui la piattaforma rappresenta lo strumento operativo…”
Quali sono?
“Garantire una maggiore trasparenza e migliorare le condizioni di lavoro, osteggiando le condotte di intermediazione illecita (il cosiddetto “caporalato”) e di sfruttamento dei lavoratori che danneggiano un settore strategico per l’economia del nostro Paese e che di fatto rappresentano forme di concorrenza sleale che penalizza le imprese virtuose”.
Quali informazioni andranno sulla piattaforma?
“Da un lato si prevede che lungo tutta la catena produttiva nei contratti che regolano le relazioni cliente-fornitore siano previsti specifici impegni del fornitore al rispetto dei profili di legalità giuslavoristica, fiscale, previdenziale e di salute e sicurezza, nonché l’applicazione dei contratti collettivi nazionali e territoriali di riferimento del settore sottoscritti dalle organizzazioni sindacali più rappresentative sul piano nazionale. Dall’altro, c’è la raccolta di informazioni (differenziate in funzione della dimensione aziendale) che permettano di evidenziare anomalie e quindi fungere da orientamento per gli audit ed i controlli svolti dai clienti.
La grande innovazione è che nella piattaforma sarà presente l’intera filiera produttiva, quindi (con evidenti restrizioni in termini di accesso alle informazioni) ogni attore potrà vedere l’insieme delle aziende che sono coinvolte nella realizzazione del suo ordine/appalto, indipendentemente dal livello di profondità nella filiera”.
Il Protocollo è stato firmato da tutti gli attori dell’industria della moda, ma lo stillicidio di provvedimenti continua. Il problema è più grande di quel che si è detto.
“Non è così. Il fatto che i firmatari del Protocollo siano tutti gli stakeholder del sistema moda attraverso le rispettive associazioni, oltre tutte le istituzioni (Prefettura, Regione, Tribunale, Procura, Arma dei carabinieri, Ispettorato del lavoro, Camera di commercio, Politecnico di Milano) è un aspetto veramente unico da sottolineare positivamente. E questo dovrebbe farci riflettere per due motivi. Il primo, è la velocità con cui tutti gli attori hanno reagito alle problematiche evidenziate dalle prime misure di amministrazione: questo testimonia la volontà di tutto il sistema di ‘fare pulizia’, con un approccio di zero-tolleranza, nonostante la numerosità dei casi sia limitata a pochi opifici rispetto a numeriche impressionanti quali circa 50mila imprese iscritte tra Confindustria moda e Confindustria accessori moda. Peraltro, queste volontà e velocità sono confermate anche dal fatto che le prime misure sono terminate anzitempo”.
Il secondo?
“Che solo in Italia esiste un protocollo di legalità firmato da tutti gli attori. Questo posiziona il nostro Paese al primo posto al mondo in termini di attenzione alle problematiche di sostenibilità sociale. Purtroppo, sulla stampa sono uscite notizie ad effetto stile con affermazioni del tipo “il made in Italy è morto” fatte da chi, probabilmente, non ha la minima idea dello sforzo di rigenerazione che il settore ha compiuto negli ultimi 18 mesi. E che purtroppo non si rende conto del male che arreca a tutti gli imprenditori e lavoratori (centinaia di migliaia) che, grazie al loro lavoro “made in Italy”, riescono da un lato a dar lustro al nostro Paese, dall’altro a garantire una vita decente alle proprie famiglie”.
C’è un raccordo tra la piattaforma del Protocollo milanese e la certificazione di filiera che sarà introdotta dal disegno di legge sulle pmi?
“La piattaforma sarà uno strumento operativo, attiva dai primi mesi del 2026, quindi probabilmente in anticipo rispetto ai tempi necessari per rendere operativo il disegno di legge che verrà nell’immediato futuro discusso alla Camera. Per sua natura la piattaforma si configura come uno “strumento” e si colloca in un contesto di protocollo dove i principi e l’impostazione generale sono molto simili a quelli del ddl, almeno da quanto emerge dalla lettura dell’attuale versione approvata in Senato. Questo significa che facilmente la piattaforma, se richiesto, potrà configurarsi come uno strumento operativo per la raccolta dei dati e il supporto delle attività di certificazione previste. Così come la piattaforma potrà affiancarsi, o ancora meglio integrarsi, con tutti gli altri lavori di armonizzazione delle informazioni da raccogliere per gli audit che in questi mesi sono in progress”.
Nonostante sia già passato al Senato, sul ddl ci sono ancora richieste di modifica. A suo avviso cosa andrebbe corretto?
“Nel disegno di legge sono presenti alcuni punti che rischiano di creare indeterminatezza se non chiariti, ad esempio: a) sono indicate sempre e solo “… capofila e imprese di filiera…” dove, per come è definita la “impresa di filiera”, questa dizione esclude i subfornitori di filiera. Significa che si verificano gli obblighi e si certifica solo la porzione di filiera composta da capofila e suoi fornitori di primo livello, quando in realtà i fenomeni di caporalato sono presenti per lo più tra i subfornitori e i loro sub-subfornitori. b) Andrebbe chiarito che i controlli nei posti di lavoro possono anche essere “non preannunciati”. Questi punti possono essere risolti molto velocemente. Esiste, invece, un punto più sostanziale che potrebbe richiedere una riflessione più profonda”.
Quale?
“Il testo del disegno di legge prevede che la certificazione possa essere rilasciata da ‘revisori persone fisiche o da società di revisione abilitati alla revisione legale’. Potenzialmente, questa impostazione presenta le seguenti criticità:
• ogni soggetto revisore, in assenza di una definizione unitaria di uno standard per la revisione (quali documenti, quali verifiche sul campo, ecc.) che non sembra ancora prevista nell’attuale versione del disegno di legge, tenderà a utilizzare la propria impostazione con qualche rischio di disallineamento o asimmetria rispetto a quanto fatto da altri;
• la realizzazione estensiva delle attività di revisione richiede, alla luce della numerosità delle imprese da certificare (solo in Confindustria moda gli associati sono circa 40mila), la realizzazione di una piattaforma informatica di raccolta delle informazioni, piattaforma che chiaramente dovrebbe essere unitaria indipendentemente dal soggetto revisore;
• la proliferazione dei soggetti revisori porta chiaramente a un problema di poca efficienza e quindi di elevati costi per la certificazione, essendo assenti economie di scala e mancando, almeno ad oggi, un “template” comune per la revisione”.
Qual è la soluzione?
“Si potrebbe pensare a un miglioramento predisponendo, a cura di una struttura ministeriale, di un template comune di informazioni da raccogliere lungo la filiera, nonché delle tipologie di controlli da effettuare. E realizzare una piattaforma informatica centralizzata che rappresenti il repository delle informazioni che devono essere verificate dai soggetti revisori. In questo senso, la piattaforma realizzata per il protocollo della Prefettura di Milano potrebbe essere un componente di questa piattaforma centralizzata.
Tutto ciò premesso sarebbe forse da valutare la costituzione di una “agenzia” per la certificazione, facente capo al ministero delle Imprese e del made in Italy, su modello dell’Anvur per la valutazione delle attività delle Università, che funga da ‘orchestratore’ centralizzato di tutte queste attività e che magari sia l’organismo che soprintende alla assegnazione del certificatore all’azienda, per evitare che sia il “valutato” a scegliersi il “valutatore”.
Tenendo conto della specifica problematica reputazionale, che nel settore è dominante, andrebbe studiata la modalità, anche semplicemente semantica, per dare una accezione meno negativa in caso di applicazione di misure: ad esempio utilizzare la dizione ‘esperto’ come nel caso dell’articolo 94-bis del codice Antimafia (DLgs 159/2011) al posto di ‘amministratore giudiziario’, visto che di fatto il ruolo che viene svolto dall’incaricato è proprio quello di mettere in pratica attività orientate al self-cleaning e al miglioramento dei precossi di controllo.
Ci sono poi due considerazioni presenti nell’intervista dell’agosto 2025 a Claudio Marenzi che mi sento di sottoscrivere integralmente:
• bisogna ripensare il sistema degli incentivi degli uffici acquisti, evitando che questi premino solo ed esclusivamente la riduzione del costo di fornitura, ma tengano conto adeguatamente della sostenibilità sociale
• la frammentazione della filiera, spesso è utilizzata come un “alibi” per giustificare la difficoltà a controllare integralmente i flussi, ma come giustamente afferma Marenzi “i piccoli fornitori impediscono il controllo e la trasparenza meno di quanto si voglia far credere, certo bisogna farli guadagnare i fornitori, anche per assicurare continuità generazionale. Oppure si può entrare nel loro azionariato e dettare regole di governance più trasparenti”. In tante altre filiere questo accade, anche alcuni brand si sono già mossi in questa direzione, servirebbe che questa diventasse una risposta corale del sistema nel suo insieme”. E comunque con la piattaforma almeno il problema di conoscenza di chi opera sulla filiera sarà risolto.
Intanto abbiamo 13 nuove società sotto osservazione…
“Non sono un legale, ma la proposta fatta da più parti di avere un confronto tra aziende e autorità investigative prima di far scattare eventuali misure mi sembra assolutamente sposabile, soprattutto quando il comportamento del brand (che alla fine subisce un danno reputazionale incommensurabile) si configura più come una carenza di accuratezza nell’audit che non un coinvolgimento nel favorire il caporalato. Questo confronto sarebbe fondamentale quando il brand dovesse essere completamente all’oscuro: vista la frammentazione della filiera, può anche configurarsi il caso in cui il brand appalta un lavoro a un fornitore di primo livello, che a sua volta lo subappalta a un fornitore di secondo livello il quale, agendo in modo fraudolento per avere un tornaconto economico, subappalta in toto o in parte ad un opificio che non rispetta i parametri di legalità, tenendo di questo all’oscuro il fornitore di primo livello e quindi il brand. In questo caso il danno reputazionale è in capo al brand, le misure per il caporalato sono in capo all’opificio, mentre non è chiaro come venga perseguito il fornitore di secondo livello che scientemente ha tenuto un comportamento fraudolento.
Quello che si deduce dalla lettura delle ultime notizie è che sembra che anche l’autorità inquirente abbia condiviso questo approccio, chiedendo informazioni per verificare l’effettivo estraneità dei brand rispetto a quanto avviene negli opifici fuori norma.
È evidente che tutte queste notizie non fanno altro che spingerci a operare ancora più rapidamente nella messa a punto di tutti gli strumenti, protocolli, ddl, piattaforme, che permettano di estirpare queste situazioni, ancorché residuali, dalle filiera del made in Italy”.
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