Perché l’informazione non ha prezzo?
ThePlatform aderisce allo sciopero dei giornalisti e questo è l’unico articolo che pubblichiamo oggi. Per spiegare perché l’informazione non può essere gratis
ThePlatform aderisce allo sciopero dei giornalisti e questo è l’unico articolo che pubblicheremo oggi.
Lo sciopero è per il rinnovo del contratto di lavoro, fermo da 10 anni.
Non voglio parlare del tema specifico che riguarda l’astensione dal lavoro perché mi porterebbe lontana dall’argomento che, invece, voglio affrontare: il valore dell’informazione.
Scrivo qui in una doppia veste: di editore e di giornalista, anche se è evidente che in me sia tuttora prevalente l’anima di giornalista.
Premetto: per me l’informazione non ha un prezzo quantificabile perché attiene alla creazione di una capacità critica fondamentale per essere una società civile. È un valore di cui purtroppo si è persa la consapevolezza. E, infatti, il “non ha prezzo” che ho messo nel titolo si può intendere anche in un altro modo, che è quello che vorrei contrastare in questo articolo.
La nostra testata è a pagamento. Il perché è ovvio: se si vuole retribuire il lavoro di chi scrive, di chi fa e mantiene il sito, gli spostamenti delle persone, l’ufficio, le tasse, le spese generali e tutto ciò che si può immaginare esista in un’attività imprenditoriale, occorre che da qualche parte entri del denaro. L’informazione ha sostanzialmente due strade: gli abbonamenti (o l’acquisto del singolo numero, dove è possibile) e/o la pubblicità. Negli ultimi anni si sono aggiunti gli eventi. Personalmente ritengo che, per la qualità dell’informazione, sia sano avere una quota importante dei ricavi derivante dall’acquisto dei lettori.
Ci sarebbero tanti discorsi da fare, ma voglio andare direttamente al punto che mi interessa sollevare: la convinzione ormai granitica, nelle persone, che l’informazione debba essere gratuita.
E perché mai dev’essere gratis?
Sarebbe come dire che quando vado al supermercato riempio il carrello e poi me ne vado senza pagare. Provateci voi.
O se voglio fare qualcosa di non strettamente essenziale, come comprare un paio di scarpe o andare dal parrucchiere o fare la manicure, entro in un negozio, ottengo quel che voglio ed esco senza pagare. Sono certa che chiamerebbero la polizia.
Accompagno a questo articolo le foto dei listini di un parrucchiere, di un’estetista e di alcune calzature prese in una via di periferia milanese. Le metto perché si possa fare un confronto.
I prezzi degli abbonamenti a ThePlatform sono sul sito: 156 euro, IVA compresa, per un anno; 39 euro al trimestre, sempre IVA compresa; 4,99 per una settimana (ancora IVA compresa). Per i gruppi c’è l’abbonamento business, con 5 account al prezzo di 4, per un totale di 640 euro (IVA compresa).
Guardate le foto e fate un confronto: un abbonamento annuale alla nostra testata costa come due ballerine, meno dello stivaletto, come tre volte dal parrucchiere per piega e colore, come quattro manicure semplici + pedicure curative. In compenso, con un abbonamento business posso comprare tre stivaletti e mezzo. Quanto a un settimanale, non c’è nulla che costi così poco. E siamo in periferia: se fossi andata in Montenapoleone, non avrei potuto neanche scrivere.
Abbiamo dei nostri codici interni: per esempio, abbiamo lasciato pubblica per gli studenti l’area formazione. È un settore che ci richiede un sacco di lavoro: aggiornare le scuole, controllare gli open day, inserire le notizie.
Nonostante questo, succede assai spesso che ci venga chiesto di mandare gli articoli gratis. O che qualcuno si iscriva come studente, pensando di poter accedere a tutti i contenuti.
All’inizio mi è capitato (raramente) di cedere e mandare l’articolo, poi sono diventata ferrea: la risposta è no. Primo, per rispetto di chi paga l’abbonamento e lo usa correttamente. Secondo, per rispetto di noi stessi e del lavoro che facciamo.
Ps. Questo articolo è aperto a tutti perché è inutile che lo legga chi è già abbonato










