Cosa significa se Armani apre lo stile
L’impatto dell’indiscrezione, data da ThePlatform, di discussioni in corso con Dario Vitale per Emporio testimoniano che il futuro di Armani determinerà molto anche del futuro dell’industria della moda italiana. I mari agitati in cui l’industria è andora costretta a muoversi. Il Punto della settimana
Dobbiamo partire dalle parole di Antonio De Matteis, dette in un momento positivo, quando il contesto internazionale era andato finalmente schiarendosi, una settimana fa: “Ormai – aveva commentato, pragmatico, il presidente di Pitti nel giorno di presentazione della 110 edizione del salone fiorentino dedicato all’uomo – ci siamo abituati a navigare in mare agitati. Quindi, se viene l’accordo ci fa molto piacere, se non viene ci adatteremo come al solito, come ha sempre fatto la moda”.
Per il momento, dunque, la moda si adatta, visto le tribolazioni delle trattative per arrivare all’accordo finale tra Usa e Iran che dovrebbe mettere definitivamente pace in Medio Oriente.
Si adatta e continua a cercare nuovi mercati, sempre più andando verso i clienti anziché attenderli, come indicano da tempo le sfilate in giro per il mondo. La settimana scorsa è stata la volta di Max Mara a Shanghai, città dove è andato anche Brunello Cucinelli a presentare il documentario sulla sua vita. La grande Cina resta un luogo a cui guardare e su cui investire, anche se il lusso e l’alto di gamma in questo momento continuano a sembrare più confidenti nel mercato americano. Resta il tema di come si stanno ricostruendo le supply chain, di come si muovono le merci, con tutti i cambiamenti che comportano sulle organizzazioni. Non s’inventano dall’oggi al domani.
Che si parli di lusso, di premium o di mass market il mercato è sempre più polarizzato. Lo dimostrano una volta di più i risultati positivi, tra gli altri, di Ralph Lauren o di Ovs (di quest’ultima società parleremo meglio nella settimana che si apre oggi) che convivono con le difficoltà che hanno coinvolto nomi come Bally, Coin, Sunnei, Coperni, Moschino, per citare solo i casi di cui si è scritto, e molto, nella settimana appena conclusa. La chiusura di Sunnei e Coperni ha riaperto il dibattito se sia possibile mantenere in vita brand indipendenti, anche se c’è chi comunque ci prova, come Filippo Cascinelli Staudacher (trovate l’articolo su ThePlatform).
(Forse) non piacciono più così tanto i maxi stipendi dei capo-azienda (ancora ne ricordiamo uno multimilionario in un bellissimo marchio che perdeva denaro), l’assemblea di Burberry di metà luglio dirà se è così. Serve davvero avere retribuzioni a molti sei zero per trattenere i talenti e accelerare il risanamento di un’impresa o non è forse il momento che si abbassino non solo i prezzi dei prodotti ma anche le pretese dei manager? Bene gli incentivi, l’eccesso opposto fa male; ma dove sta, allora, il punto di equilibrio, la responsabilità, quello che dice qual è il dovere di chi guida un’azienda?
In una settimana dominata da un flusso costante di notizie spinto dall’essere nel periodo di saloni e sfilate, colpisce l’impatto che ha avuto l’anticipazione data dal nostro giornale sulle trattative in corso tra il gruppo Armani e Dario Vitale. Il designer, ex Miu Miu e Versace, salvo imprevisti dell’ultimo momento, dovrebbe andare a guidare Emporio. Un ingresso soft in un’azienda dove il tema di un passaggio generazionale allo stile è sentito dal mercato. L’esclusiva di ThePlatform è rimbalzata da un social all’altro di mezzo pianeta ricordando così a tutti che il futuro di Armani determinerà molto anche del futuro dell’industria della moda italiana.
(Foto di Marcus Woodbridge per Unsplash)
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