Il punto della settimana
La vendita di Roberto Cavalli e nessun cavaliere bianco italiano
Sciuccati (Thea): serve un re-shoring anche dei marchi per tutelare l’attuale sistema di filiere e di distretti
Tra tutti i temi della settimana che si è appena conclusa, scegliamo di mettere nella copertina del Punto di oggi la cessione della Roberto Cavalli alla società americana Marquee Brands. Il motivo sta nel dibattito che ha generato: l’ennesimo marchio italiano che se ne va.
Cavalli in realtà già da tempo aveva una proprietà straniera, per la precisione il gruppo medio-orientale Damac (che resterà socio di minoranza). Pur essendo stato messo sul mercato da molti mesi, Cavalli non ha trovato un acquirente italiano. Come Missoni d’altronde, nel quale è stato l’attuale investitore Fsi (italiano, che inizialmente aveva pensato di ridurre il proprio peso, se non di uscire del tutto) a crescere fino al 73% del capitale per permettere il disimpegno della famiglia fondatrice, affiancato però in questa operazione dalla società tedesca Katjes.
“Farà la fine di Bruno Magli… qualcuno se lo ricorda?” (Magli è della stessa proprietà che ora ha acquisito Cavalli, ndr) ha scritto sui propri social Flavio Sciuccati, senior partner di Thea Ambrosetti, la società di consulenza dove è responsabile della business unit moda e lusso.
Secondo Sciuccati è fondamentale riportare sotto proprietà italiana una serie di brand e in particolare quelli che continuano ad avere un “alto potenziale” (tra questi Cavalli) o che sono “gemme preziose” (tra queste Bruno Magli). Il progetto di rientro in Italia dei marchi si chiama “Canova”, “un progetto strategico – scrive Sciuccati – che, come fece Antonio Canova, su mandato di Papa Pio VII, nel 1815 riportò in Italia dalla Francia ben 249 opere trafugate da Napoleone Bonaparte! Considerando anche la contrazione attuale del settore moda di fascia alta, riportare a casa la moda con heritage made in Italy sarebbe un segnale molto forte per rilanciare occupazione, fatturato/margine e per rigenerare creatività e competitività”.
E, ancora: “Il re-shoring non solo di volumi ma anche di marchi è strategico per tutelare l’attuale sistema di filiere e di distretti che rendono l’Italia il primo polo industriale mondiale di fascia alta. Riportare anche solo una parte di questi marchi in Italia significa rigenerare il loro heritage (che giace dormiente o è stato dimenticato) e riappropriarsi quindi come Paese di un asset strategico: i piccoli marchi sono sinonimo di esclusività, di creatività, di eccellenza e per continuare ad esserlo devono “nutrirsi” abilmente di tutte le competenze che risiedono nel bacino delle filiere”.
Finora, tra i brand individuati, solo Versace ha fatto questo percorso a ritroso, entrando nel gruppo Prada.
Sempre secondo il progetto Canova, “l’azione di rimpatrio potrebbe essere concertata sia con investimenti di tipo pubblico (si pensi ad esempio al recente fondo strategico nazionale del made in Italy) che con investimenti privati di imprenditori visionari e gruppi italiani interessati a marchi che abbiano conservata intatta la loro identità e possano attingere a una storia ancora tutta da raccontare”. In effetti esisterebbe un fondo sovrano italiano – il fondo strategico per il made in Italy – nato con l’obiettivo di “sostenere la crescita, il rafforzamento e il rilancio delle filiere strategiche nazionali attraverso investimenti nel capitale delle imprese” istituito nel 2023 e diventato operativo a maggio del 2025.
Tra le altre notizie che trovate in questa newsletter, da osservare con molta attenzione le mosse del colosso dell’ultra fast fashion Shein che ha rilevato di fatto un suo opposto, Everlane: “La notizia segna un passaggio importante per il mondo della moda sostenibile. Per anni Everlane è stata considerata uno dei simboli della “sustainability” in chiave millennial, costruendo la propria identità su trasparenza, qualità e consumo consapevole. Proprio per questo, l’ingresso di Shein (spesso criticata per l’impatto ambientale del modello ultra fast fashion) rappresenta una svolta destinata a far discutere”.
Ancora: le nomine in Dolce & Gabbana e soprattutto in Moncler, dove Grenoble cresce di peso (insieme alla nuova presidente Mina Piccinini). E, infine, non si può non riflettere sul tragico caso di Mango, dove uno dei figli del co-fondatore del gruppo spagnolo è accusato di aver ucciso il padre. L’inchiesta è in corso e per giudicare occorre attenderne la conclusione.
(Nella foto, un modello di Ray of Paradise, la capsule Roberto Cavalli per l’estate 2026)
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