diretto da Maria Silvia Sacchi

L’intervista

Roia (Tribunale Milano): pronto il protocollo contro il caporalato nella moda

Il presidente del Tribunale milanese: l’obiettivo è varare il protocollo entro fine mese. In preparazione anche una black list dei subfornitori non sicuri

Roia (Tribunale Milano):  pronto il protocollo contro il caporalato nella moda

Il protocollo per prevenire il caporalato nella moda è ormai vicino, l’obiettivo è vararlo definitivamente entro fine luglio. Un documento fatto “nell’interesse delle aziende” spiega in questa intervista Fabio Roia, presidente del Tribunale di Milano, parlando dei lavori in corso al tavolo della moda contro il caporalato aperto l’8 maggio scorso presso il Tribunale milanese dopo i casi Alviero Martini e Armani, cui si è aggiunto successivamente Dior.

La bozza è pronta. In parallelo, è in preparazione un data-base con le imprese “a rischio”, una sorta di black list di aziende di secondo livello che l’esperienza giudiziaria ha dimostrato utilizzare manodopera in condizioni di sfruttamento.

Presidente Roia, come stanno andando i lavori del tavolo della moda contro il caporalato? Perchè questa iniziativa?

”Insieme alla Prefettura di Milano, che è molto sensibile al tema, abbiamo concordato di aprire questo tavolo perché c’erano già dei precedenti. Per esempio, verrà siglato a breve un protocollo in materia di logistica”.

Il tavolo della moda nasce dalle stesse esigenze.

“Come è noto, sono state applicate dal Tribunale di Milano tre misure preventive, nelle aziende Alviero Martini, Armani e Dior. In tutte e tre le aziende si sono evidenziati dei profili di criticità nella filiera dei subappalti. Il settore merceologico interessato è soprattutto quello della pelletteria, le borse, le cinture; non il settore vestiario. In queste vicende c’è un minimo comune denominatore che riguarda la necessità che i brand principali controllino tutta la filiera degli appalti. Perchè nel primo appalto magari viene commissionata la creazione un prodotto a una società che “appare in regola”, poi però questa società subappalta la manodopera o la esternalizza nel secondo o nel terzo appalto e, come abbiamo visto, si innestano dei fenomeni di sfruttamento della manodopera, il cosiddetto caporalato, che in due vicende ha riguardato cittadini extracomunitari cinesi più o meno con il solito schema. Allora abbiamo detto: sediamoci intorno a un tavolo e capiamo in via preventiva quali possono essere gli indicatori e i profili di rischio delle aziende di modo che, adottando e aderendo a questo protocollo, le organizzazioni aziendali vengano messe a regime prima che si possa intervenire con una misura di prevenzione. Diciamo che si tratta di un’ulteriore attività finalizzata a prevenire anche l’intervento da parte dell’autorità giudiziaria”.

Come arriverete al protocollo?

“Abbiamo messo al lavoro l’avvocato Ilaria Ramoni, il dottor Marco Mistò e il dottor Piero Antonio Capitini, che sono i tre amministratori giudiziari che stanno occupandosi di Alviero Martini e Armani(Ramoni e Mistò su Alviero Martini, Capitini su Armani, ndr) , i quali hanno già elaborato una bozza. La stiamo vedendo con i prefetto Claudio Sgaraglia, dopo di che – credo entro la fine del mese di luglio, come è anche l’indicazione del prefetto – ci sarà una riunione congiunta sul documento. L’intenzione è che sia sottoscritta prima dell’estate. Ci dovrebbe, poi, essere una banca-dati sostenuta dalla Regione, con la creazione di una sorta di black list delle società di secondo livello – non dei brand della moda – che nell’esperienza giudiziaria si è visto utilizzare manodopera in situazioni di sfruttamento. Ci sono diverse posizione tecniche, che è prematuro affrontare perché devono essere condivise, che potrebbero mettere le aziende in una situazione di riparo, se ovviamente vengono rispettate”.

Dopo il via libera con la prefettura, il protocollo sarà presentata alle associazioni della moda?

”E alle parti sociali. In questo tavolo c’è anche l’ispettorato del lavoro, che normalmente coordina gli accertamenti, ci sono i rappresentanti delle categorie. C’è ovviamente la procura della Repubblica: partecipa la dottoressa Alessandra Dolci, procuratrice della Repubblica, che è coordinatrice delle misure di prevenzione.

Tutto questo, lo ripeto, viene fatto nell’interesse delle aziende, per salvaguardarle da queste, diciamo, gestioni imprudenti anche nel controllo della filiera degli appalti”.

Sulla stampa è uscito che sono 12 le società sotto osservazione.

“L’ho letto anche io, ma è un tema della Procura della repubblica, non so dire quante sono le società su cui stanno ancora indagando. Chiaramente questo, insieme al tavolo, dovrebbe provocare un effetto preventivo perchè se c’è una società che sa di avere un deficit sul piano organizzativo dovrebbe muoversi molto prima, proprio per prevenire eventuali nuove aplicazioni di misure di prevenzione.

Perchè siete partiti dalla moda? O avete altre iniziative in corso di cui non di parla perchè non fanno notizia non essere un brand noto?

“Va ribaltato il problema. Il Tribunale è un organo ricevente, passivo. La Procura della Repubblica, attraverso notizie di reato, ha verificato che c’era uno sfruttamento di lavoratori cinesi in questo settore. Non è è stato scelto il settore. Il tavolo dedicato è conseguenza delle inchieste fatte dalla Procura della Repubblica. È quello che ho detto all’inizio a proposito della logistica: si è intervenuti nel momento in cui, sempre attraverso misure di prevenzione, sono state verificate infiltrazioni di fenomeni criminali nel settore della logistica, che è sempre un settore molto a rischio. I tavoli intervengono laddove c’è un fenomeno, o comunque una pluralità di fatti che vengono accertati e ovviamente in fase preliminare dalla Procura della Repubblica. Si cerca di intervenire con questi strumenti per invitare le aziende a mettersi a norma”.

(nella foto, il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia)

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I FATTI CHE HANNO PORTATO AL TAVOLO CONTRO IL CAPORALATO NELLA MODA

A gennaio la sezione autonoma misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria, in un’inchiesta dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro e del pm Paolo Storari, per la Alviero Martini, specializzata in borse ed accessori, “ritenuta incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo”.

Ad aprile è la volta della Giorgio Armani Operations, del gruppo Giorgio Armani, i pm pm Paolo Storari e Luisa Baima Bollone, insieme ai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, commissariano la società che non avrebbe vigilato correttamente sulle società a cui ha appaltato le proprie produzioni. 

A giugno il caso più eclatante Manufactures Dior, ritenuta dagli stessi pm incapace di prevenire e arginare fenomeni di sfruttamento lavorativo nell’ambito del ciclo produttivo: borse che nei negozi vengono vendute 2.600 euro costano a Dior solo 53 euro. In questo caso la committente è Manufactures Dior, srl operativa del ramo italiano Christian Dior Italia (della casa francese del gruppo Lvmh) per la quale anche in questo caso è stata disposta la misura di prevenzione dell’amministrazione giudiziaria (commissario Giuseppe Farchione).

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Maria Silvia Sacchi
Giornalista professionista. Ha lavorato per le principali testate italiane. Negli ultimi 23 anni è stata al Corriere della Sera, il più importante giornale italiano, per il quale ha seguito l’industria della moda e del lusso e le evoluzioni delle grandi famiglie imprenditoriali. In Rcs Mediagroup ha impostato e diretto il master in Management della Moda e del Lusso e gli Online Fashion Talks di Rcs Academy.