Le rappresentanze della moda e la necessità di fare davvero sistema
Dopo la nuova conferma di Carlo Capasa alla presidenza di Camera moda, vanno ridefiniti gli ambiti delle diverse anime dell’industria della moda. Il nodo delle poche imprese che nascono e il continuo turnover di manager nel Punto della settimana
Mentre la moda prosegue il suo calendario di presentazioni (oggi inizia l’alta moda a Parigi, ad aprire sarà Schiaparelli), della settimana appena chiusa vale la pena soffermarsi ancora una volta sul sistema delle rappresentanze.
La settimana scorsa Camera moda ha confermato Carlo Capasa alla presidenza. Per Capasa è l’undicesimo anno di presidenza, prima di lui Mario Boselli aveva retto l’associazione per 15 anni.
È indubbio che la continuità e avere nomi forti aiutino, soprattutto nel dialogo con le istituzioni in un settore che ha tante anime come la moda.
L’anno che decretato gli attuali equilibri tra i diversi interlocutori del sistema è stato il 2013 quando erano entrati nel direttivo di Camera nomi come Patrizio Bertelli, Gildo Zegna, Diego Della Valle. Era stata una svolta. In parallelo Claudio Marenzi di Herno, da presidente di Smi riusciva a riunire le tante componenti confindustriali sotto il cappello di Confindustria moda (successivamente, però, nuovamente divisa tra Confindustria moda e Confindustria accessori moda). Un processo di unificazione che trovava le sue radici nell’attività di Paolo Zegna a cui si devono le prime concentrazioni, come la fusione tra Smi e Ati (associazione tessile italiana) e la nascita di Milano Unica, il salone del tessile.
In questo panorama va ricordato il ruolo crescente di Altagamma, dove si ritrovano molti dei nomi di Camera moda.
Questo lungo discorso per dire che ha tutto un senso, ma ancora una volta va evidenziato che il sistema delle rappresentanze della moda deve trovare una sintesi per evitare che si approfondisca il solco tra esigenze dei marchi ed esigenze delle aziende della filiera che si è visto, per esempio, in occasione delle inchieste sul caporalato. Non è un caso che le parole del ministro Urso sull’accordo tra Camera della moda e Fédération de la Haute Couture et de la Mode di cui abbiamo scritto settimana scorsa (“un’alleanza strategica senza precedenti tra i due Paesi produttori del lusso nel mondo”), abbiano creato qualche irritazione (seppur non pubblicamente espressa) nella componente confindustriale.
Settimana scorsa si è svolta anche l’assemblea annuale di Confindustria moda, dalla quale prendiamo un argomento sul quale torneremo.”Il vero tema del passaggio generazionale oggi non sono le imprese familiari che devono passare di mano – ha detto il presidente Luca Sburlati -. Il vero problema è il gap tra aziende che chiudono e aziende che aprono. Oggi ci sono pochissime startup nel nostro settore e questo è un problema, un vulnus per il futuro della nostra manifattura”. In questa newsletter trovate la storia di Eugenio Riganti e Matteo Aghemo, ma sulle startup della moda lavoreremo.
Nelle aziende continua il processo di rinnovamento dei vertici. Nella galassia Kering da tempo si attende la nomina del/della ceo di Bottega Veneta, ormai non si dovrebbe essere troppo lontani; da segnalare qualche rumor non confermato di possibili assestamenti in Saint Laurent.
Intanto domani si inaugura Milano Unica per le collezioni autunno-inverno 2027/2028 e sarà interessante capire il clima. Speriamo positivo, come alcuni segnali indicano.
(Nella foto Schiaparelli ready to wear autunno-inverno 26/27)
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