Cereda (Gam) e l’Iran: “Cauto nelle previsioni ma al momento non preoccupato”
L’investitore: “L’area interessata dal conflitto vale il 5% del settore del lusso. Tutto dipenderà dalla lunghezza del conflitto e dalle soluzioni che saranno trovate. Ma le società oggi sono più grandi, più attrezzate e molto meglio capitalizzate”. E poi, gli Usa, la Cina e i debutti di Chiuri e Demna
Flavio Cereda, Investment Director e responsabile lusso di Gam Investments. Come impatterà sul settore del lusso la guerra con l’Iran?
“In maniera diversa, anche se alla fine molto dipenderà dai tempi e dal tipo di soluzione che verrà trovata. In maniera diretta il conflitto impatta un area che conta circa il 5% del settore del lusso (è un mercato domestico non grande ma alto-spendente e con, in più, una forte incidenza di russi, indiani, cinesi e, in misura minore, turisti europei) e con un probabile effetto su tutto il segmento viaggi ed esperienziale della zona”.
Quali sono le vostre previsioni in termini di numeri?
“Il mercato medio-orientale cresce a doppia cifra. Con un periodo di stop prolungato, il settore del lusso a livello globale potrebbe crescere un 15% meno del previsto, penso a max 100 bps in meno quest’anno, ovvero da un +4-5% a un +3-4%. È, poi, da capire sino a che punto l’area tornerà a essere vista come un oasi di pace.
Più complesso l’effetto indiretto nel caso di un conflitto lungo ed esteso che andrebbe a colpire il famoso ‘feelgood factor’ che ha un ruolo tuttora importante sulle scelte di spesa. Se poi dovessero verificarsi atti di terrorismo che l’Iran ha spesso usato come arma, allora il rischio di una contrazione temporanea diventerebbe reale. Ricordo, però, che le società più forti del settore sono più grandi, più attrezzate e molto meglio capitalizzate rispetto al passato e quindi rimango cauto ma non preoccupato al momento. Anzi, la probabilità di un forte rimbalzo quando cesseranno le ostilità mi pare alta”.
Dubai e Doha sono crocevia dei flussi internazionali, se si fermano i viaggi si potrebbe avere una crisi del turismo come quelle avute in precedenza, per esempio la crisi finanziaria del 2008 o addirittura il Covid?
“No. Il Covid è stato un ‘fenomeno del cigno nero’ e la crisi finanziaria globale ha devastato il settore per due anni prima di una forte ripresa nel 2010. Qui è più probabile un impatto locale e un possibile rallentamento della domanda (in caso di maggior volatilità economica causa prezzo del greggio ecc). La situazione dovrebbe deteriorarsi parecchio prima di poter anche solo fare un paragone con i tempi storici accennati. Gli Emirati nel 2008 contavano quasi nulla nel settore e quindi non esiste neanche un termine di paragone”.
Come vede gli Stati Uniti?
“Bene: nonostante l’effetto Liberation Day e vicissitudini varie, quello americano è stato il consumatore più spinto l’anno scorso e il più in salute sino ad ora, anche nel 2026. Tra benefici fiscali, Obbba (One Big Beautiful Bill, un’importante legge federale, promulgata il 4 luglio 2025 dal presidente Trump, ndr) e Borsa rimane un consumatore che sta meglio rispetto al passato recente”.
E la Cina? Bene per quali marchi e male quali?
“La Cina ha toccata il fondo, per così dire, nel secondo trimestre del 2025 e continua a dare segni di recupero anche forti in certe città e su certe categorie. La cosa importante per i marchi è innovarsi e migliorare il rapporto con un consumatore che è molto diverso da quello del 2019. Il Guochao (il movimento che ha una preferenza per il made in China) esiste ma tocca relativamente poco il lusso. Il consumatore del lusso in Cina è ricco, semplicemente fa solo scelte più oculate d’acquisto….I numeri sono positivi quasi dappertutto al momento. Certo, però, che i marchi occidentali che stanno fermi, spariranno”.
C’era molta attesa per i debutti di Maria Grazia Chiuri da Fendi e Demna da Gucci. Il suo giudizio?
“Fendi aveva bisogno di tornare rilevante: questo è il compito di Chiuri, riportare al livello un marchio storico e importante che era diventato poco significativo negli ultimi anni. Se riuscirà, è presto per dirlo anche perché non c’è un Pietro Beccari, ma i primissimi segnali paiono incoraggianti. Quanto a Gucci è un marchio in caduta libera da tempo e che deve reinventarsi e in fretta. Copiare Tom Ford dall’archivio come spesso si fa e puntare ai vecchi clienti Balenciaga che a Piccioli non interessano può essere la risposta? Non credo”.






