AAA erede cercasi per subentrare in una piccola griffe di moda
Quando i passaggi generazionali sono impossibili. Il caso degli accessori della Dampaì di Capoliveri (Isola dell’Elba): la titolare Simona Giovannetti non ha familiari. E allora con una inserzione sui giornali
«Non ho figli, non ho nipoti, il mio compagno non ne vuole sapere, i collaboratori non vogliono passare da dipendenti a imprenditori. Insomma, questo passaggio generazionale in famiglia è impossibile». E allora Simona Giovannetti, architetto con la passione del design e della moda, 62 anni, cerca un erede che più dei capitali sia dotato di entusiasmo e tanta voglia di fare. Quelli che aveva lei 15 anni fa quando la lanciato Dampaì, un brand di borse e accessori, base all’Elba con tre negozi diretti, un laboratorio di pelletteria a Pisa e una distribuzione nazionale ora integrata con lo shopping online. Ha anche esordito a Pitti, ma l’affollamento del settore oggi è un freno e Simona ha deciso di passare la mano. Come? Con una inserzione inusuale e anonima (che Fbf oggi rivela) sui quotidiani con lo scopo di far accendere l’interesse in un giovane talento in uscita dalle scuole di fashion, di una azienda del settore che voglia aggiungere un brand ai propri, magari per completare una gamma offerta, di una impresa che opera in settori contigui o complementari come calzature interessata ad allargare il raggio d’azione. O, ancora, un investitore nel settore del franchising che troverebbe una base già avviata con una catena produttiva e distributiva collaudata. Infine ci sono i concorrenti di un brand che porterebbe diverse centinaia di milioni di giro di affari nella fascia media e alta, anche con borse cucite a mano nel laboratorio DampaÌ che dal 2017 è stato trasferito all’interno della Casa di reclusione “Pasquale De Santis” a Porto Azzurro.
Ma perché Dampaì? «Una sera tra amiche stavo cercando il nome per il brand che avevo appena immaginato. Tutto era iniziato da una infradito, il primo prodotto che avevo disegnato», risponde la stilista. «Fu una amica persiana, Shole Ciubine, a suggerirmi una parola della sua lingua: Dampaì. In persiano significa ciabatta, ma la parola nasce dall’unione di termini che richiamano un significato ancora più bello: qualcosa che è a portata di mano, pronto da prendere e da calzare con naturalezza. Mi piacque immediatamente. Era semplice, insolita e raccontava perfettamente l’oggetto da cui tutto era cominciato. Così è nato Dampaì: prima una infradito, poi un nome, infine un brand».
La solidarietà e la sostenibilità rientrano nella filosofia di Dampaì. «La nostra factory è un laboratorio di competenze e talenti accomunati da affinità elettive. Una squadra di amici catapultati dal 2011, quasi per caso, nel mondo della moda, provenienti da esperienze e percorsi diversi: architettura, fotografia, arte, editoria, giornalismo…», afferma lo staff. «Tutti accomunati dal pensiero romantico e ambizioso che un accessorio moda possa essere accostato a un oggetto di design, venga prodotto nel rispetto del lavoro, sia accessibile a tutti e, non ultimo, sostenibile».
Al centro l’anima creativa di Simona Giovannetti, architetto e fashion designer che «tesse una feconda rete di relazioni con i fotografi Andrea Lunghi e Marco Barretta, l’editrice e artista Angela Galli, il giornalista Marco Tenucci. Con Iurie e Marius, detenuti nel carcere, Simona taglia, cuce e crea i campioni delle borse Dampaì». Vivono tutti all’isola d’Elba, ispirati anche da una definizione di Coco Chanel: «La moda non è qualcosa che esiste solo negli abiti. La moda è nel cielo, per la strada, ha a che fare con le idee, il modo in cui viviamo, ciò che sta accadendo».






