Dalle passerelle sprazzi di novità. Ora tocca alle aziende far sì che diventino sostanza
Mentre New York e Londra languono, Milano e Parigi hanno espresso una nuova creatività
Passare dalle parole (troppe) ai fatti anche per la moda non è più facile. Troppe cose sono cambiate e molte di più sono in tumultuoso cambiamento. Uscite burrascose e debutti troppo strombazzati hanno fatto la storia lieve di questo mese di moda femminile (con cenni di co-ed) tra New York, Londra, Milano e Parigi per il pret-à-porter che stenta a farsi riconoscere come tale sempre di più. Si è persa spesso la bussola del buon senso, la finanza continua a spadroneggiare in modo selvaggio, i manager cambiano troppo per non dire degli stilisti diventati talvolta bolle di sapone. Cacciati senza vergogna come nel caso emblematico di Sabato De Sarno dopo solo tre collezioni per Gucci e proprio mentre stava mostrando le sue doti più alte non solo creative ma tecniche (e ora in molti lo aspettano da…) e poi osannati esageratamente da platee di critici improvvisati ai quali il tutto nuovo pare sempre tutto bello. Sarà vero? Vedremo. Quello che appare per ora è il fremito delle novità che però hanno bisogno di sostanza per essere veramente tali. E un esempio su tutti è stato il debutto di Pierpaolo Piccioli da Balenciaga con una lezione di esperienza e di conoscenza che ha pochi uguali e un confronto “umile” e umano con una storia straordinaria: standing ovation vera, di ammirazione ma non di sorpresa, un applauso liberatorio non solo per il brand del Gruppo Kering ma per un intero settore che deve passare, come detto, ai fatti e alla verità della moda che è fatta di archivio ma anche di ricerca, di rispetto e nostalgia ma anche di moderna visione.
In questo panorama elettrizzante appare subito evidente la marginalità delle proposte della fashion week di New York che nonostante le alte protezioni di Dame Wintour risulta ancora impantanata in un passato neanche poi tanto glorioso. Spiccano solo i nomi di Michael Kors e di Ralph Lauren, non certo giovanissimi, e della loro rispettabile tenacia al lavoro, per il resto un bell’interesse per una italiana alla guida di Calvin Klein come Veronica Leoni nominata nel maggio 2024 creative director di questo brand del mito ma oggi molto appannato.
Non brilla nemmeno la London Fashion Week dove come sempre si segnala Burberry, con contorno di Simone Rocha, Richard Quinn, Emilia Wickstead ed Erdem. Il british style soffre dell’assenza di Stella McCartney, Vivienne Westwood e McQueen tutti emigrati sulla Senna come anche Victoria Beckam. Laura Weir, Ceo del British Fashion Council, sperava nell’inizio di una nuova era, con alcuni reset necessari, ma dovrà ancora aspettare perché il nuovo inizio è ancora lontano e Daniel Lee che reinventa il rock n’roll da Burberry da solo non regge una fashion week.
Tutta un’altra aria a Milano con la Camera nazionale della moda italiana che continua a investire sui giovani talenti con un primato di costanza e impegno che le fa onore e che comincia a dare fastidio agli altri big delle fashion week, prima su tutti Parigi che sta correndo ai ripari. Merito della visione di Carlo Capasa che con Sara Maino al fianco non smette di fare scouting tra uffici stile e scuole di moda, trovando spesso nomi interessanti da proporre ad un mercato sempre più asfittico e deluso. Ma, talent a parte, questa settimana di moda femminile a Milano è stata piena di debutti (vedremo nei fatti se saranno poi definiti eccellenti) primo fra tutti quello di Demna Gvasalia da Gucci che ha accolto con speranza l’arrivo di Francesca Bellettini come Ceo. Lo stilista che arriva in via Mecenate dopo dieci anni da Balenciaga all’insegna di una moda forte ma spesso trucida, ha presentato un look book e un film, riempiendo così l’attesa milanese per il suo genio, rimandando a febbraio 2026 la prima vera sfilata: l’impegno a studiare l’archivio Gucci di via delle Caldaie a Firenze deve essere davvero potente se con la crisi per ora irreversibile del brand si prende ancora del tempo prima di svelare le sua carte creative. Intanto i rumors del settore dicono che nelle boutique della doppia G ci sia stato un risveglio delle vendite proprio sulla scia di queste prime proposte fotografiche di Demna.
Bella prova per Simone Bellotti, ex Bally, arruolato da Renzo Rosso con la sua Otb per rilanciare Jil Sander, ottima prova per Louise Trotter stilista inglese di talento (ex Lacoste e ex Carven) da Bottega Veneta con una collezione intellettuale e propositiva che dimostra come le direttrici creative donna riescano a “svoltare” subito con determinazione e coraggio. Doveva non sfilare Dario Vitale alla guida di Versace e poi invece lo ha fatto anche se in modo ristretto e per una ancora più ristretta cerchia di invitati. Forse ancora troppo difficile e pauroso il confronto con un gigante geniale come Gianni Versace e perfino coi tanti anni di Donatella Versace, Vitale ha mostrato la sua idea di moda molto distante dal massimalismo seducente e sfarzoso che è nel Dna del brand. Certo è arrivato di corsa, chiamato all’impresa della direzione creativa da Capri Holding che lo ha scelto prima di passare la proprietà al Gruppo Prada (da cui Vitale proviene per essere stato a lungo da Miu Miu) che dunque se lo è ritrovato nel “pacchetto” Versace ma senza sceglierlo. Aspettiamo gli sviluppi, e soprattutto le decisioni di Miuccia Prada e di Patrizio Bertelli sul futuro della Medusa.
Inutile dire che tutta la settimana di Milano si è svolta nel ricordo commosso e ammirato di Giorgio Armani che se ne è andato il 4 settembre scorso lasciando un vuoto incolmabile. L’ultima sua prova la sfilata nel cortile di Brera per i 50 anni del brand, una antologica del suo stile che non tramonterà mai, chiusa con stuggimento di tutti dalla modella di atelier Agnese, che ha percorso da sola il lungo percorso tra gli applausi. E alla fine ecco Leo Dell’Orco e Silvana Armani, che lo stesso Giorgio ha designato suoi eredi stilistici per l’uomo e la donna, emozionati ed uniti nell’impegno di continuare questo straordinario viaggio nello stile. Poi la visita per i tantissimi ospiti alla mostra di abiti di Armani alla Pinacoteca di Brera, un percorso tra i capolavori che poteva essere più emozionante se fosse stato più conciso.
Ma è stato a Parigi che il nuovo che avanza nella moda ha avuto la massima audience con debutti eccellenti, il primo quello di Jonathan Anderson da Dior con il direttore creativo impegnato a dare un colpo di spugna al classicismo del brand, con punte di interessante avanguardia, che ha un po’ sbigottito la clientela: si parla di stupore ma anche di insoddisfazione da parte delle clienti più affezionate che non trovano più le certezze desiderate. Insomma tanto clamore, impegno, ricerca e una punta di scetticismo. Nessun dubbio invece sulle capacità di resuscitare allure e stimolare desiderio di prodotto per Saint Laurent che continua a mietere consensi di critica e buyer con la guida sicura e visionaria di Anthony Vaccarello, lui sì l’uomo nuovo dello charme. I suoi fiocchi e le sue spalle sempre forti piaceranno molto e sono già copiatissimi. Bella la prova di Glenn Martens da Maison Margiela da far dire a Renzo Rosso che “questa è la nuova era” (che per la verità era già cominciata abbondantemente con la genialità di John Galliano) e a far sperare ai fans del brand un ritorno felice al fascino del fondatore. Continuano a scegliere Parigi come palcoscenico internazionale Andreas Kronthaler per Vivienne Westwood e Issey Miyake, entrambi sulla loro retta via stilistica, da Roger Vivier si giganteggia con l’apertura della nuova luccicante maison in Rive Gauche con l’esposizione gloriosa dell’archivio e della collezione per l’estate 2026 davvero speciale per l’artigianalità delle lavorazioni, e sempre con Diego Della Valle “mecenate” ecco che Daniel Roseberry finalmente entra a pieno titolo nell’universo per pret-à- porter (sempre assai couture) della maison Schiaparelli. Ma il Balenciaga di Pierpaolo Piccioli a irrompere con grazia e autorevolezza nell’agone parigino della creatività col rilancio delle gonne “petale” e del soprabito “sac” ringiovaniti ad arte da PPP che non si è risparmiato anche sugli accessori, specie le borse tutte molto desiderabili. Poi la prova riuscita con grazia di Alessandro Michele da Valentino con una collezione delicata e sognante che guarda al passato e al cielo sperando nel ritorno delle lucciole, che sono scomparse in questi tempi bui che viviamo. Michele resta il sognatore che abbiamo conosciuto da sempre, rispettoso dell’heritage della maison romana. Per questo alla fine del defilè riceve i complimenti di Rachid Mohamed Rachid presidente di Valentino e il primo saluto dal vivo di Luca De Meo che lo abbraccia subito con simpatia. “Io non ho fatto niente in questa collezione!” scherza il nuovo Ceo del Gruppo Kering che ha un approccio diretto come se invece di motori si fosse sempre occupato di fashion.
E infine Chanel, con un’attesa dell’evento al Grand Palais strombazzato per tutto un mese di moda da i soliti “partigiani” delle passerelle che aspettano sempre l’arrivo di un messia. Debutto alle stelle per Matthew Blazy (arrivato da Bottega Veneta) con scena immaginifica e sfilata ricca e sontuosa che omaggia tutti i feticci di Coco e per sé si tiene la novità della bella gonna a portafoglio che rompa col suo spacco di coscia troppa monotonia. Un escamotage che farà bene anche alla vendita delle borsette, che pare un po’ languire visti i prezzi quadruplicati negli ultimi due anni, che Blazy ora rispolvera anche molto stropicciate come per il classico modello 2.55, intramontabile. Ancora tanta Italia con Niccolò Pasqualetti e Gabriele Colangelo, designer di linee indipendenti che tracciano una strada nuova di creatività libera, che scelgono Parigi come palcoscenico del mondo per presentare collezioni di nicchia, interessanti e libere, che speriamo raccolgano ordini dai buyer in cerca non solo di novità ma di sostanza. Il problema dei prezzi troppo alti ma soprattutto maggiorati ad arte resta il principale del settore che ancora grida alto al cambiamento ma guarda sempre troppo all’immagine e troppo poco alla realtà che vede i giovani sempre più lontani dai bagliori del fashion.
*Eva Desiderio, giornalista professionista. Nella sua carriera si è occupata di molti argomenti, dalla politica all’economia, dallo spettacolo al costume. È stata per molti anni critico di moda per il Quotidiano Nazionale e Quotidiano.net. Ha scritto molti saggi sul mondo del fashion e ha curato per le Gallerie degli Uffizi la mostra “Animalia Fashion” a Palazzo Pitti. Attualmente si occupa del settore fashion per La Stampa e La Stampa.it. Segue da sempre le principali manifestazioni internazionali di settore e le fashion week nel mondo. Ha conosciuto e conosce tutti i principali “attori” del mondo della moda. È consigliere di amministrazione di Polimoda.
(foto dalla sfilata di Balenciaga firmata Pierpaolo Piccioli)






